venerdì 19 giugno 2015

Cronaca di un artista (all’apogèo di Mattia Intersimone)

Ecco la magia! Chi può partorire, dopo anni di gestazione in un periplo del Golgota, l’armonica possenza dei colori se non la mano sacrosanta dell’artista? Attraverso i dieci mondi che attanagliano l’anima si è mostrata infine la rivelazione, ovvero la giusta visione delle dinamiche che ci sono state assegnate da Mano Dio per riempire i deserti della vita.
Quando senti di avere un incontrollabile bisogno di rivelarti agli altri attraverso l’arte, in qualsiasi sua specifica sfumatura o branca, musicale, pittorica scultorea o poetica, lì inizia il tuo percorso di consapevolezza artistica: esprimerti liberamente, senza vie di mediazione o veli stesi dalla dea Maya che dell’illusione è l’architetto, è prerogativa propria del vero artista. L’arte è la via scelta dalle potenze bianche per portare luce tra la gente. Chi con le sue dita, accarezza i tasti d’un pianoforte o indirizza un pennello nella tavolozza dell’insondabile, è delatore di questo messaggio … un prescelto.
La sensibilità che l’arte ti offre, sia come dono sia come martirio, è lo strumento che può stabilire un nuovo equilibrio. Chi rifugge da questa evidente condizione di empatia col mondo, accantona inevitabilmente la sua via di liberazione…non sono preconcetti o nozioni di filosofie filo-induiste, sufiche o ascetiche, sono solo mere considerazioni sul fatto che alcune persone, più di altre, hanno realmente il potere di mettersi in sontinia col mondo alfine di offrire pochi ma vitali spazi di gioia.
La gioia è una troia ahinoi e il bisogno di raggiungerla può generare una sfilza mostruosa di attitudini sub-umane, tipo vita mia morte tua… è una banale considerazione, ma l’egoismo, la prepotenza e l’invidia sono solo alcune fasi che una persona assaggia con il semplice intento di ottenere una porzione di gioia. E’ molto più facile, tanto inabilitati siamo a coglierne la presenza, vedere la gioia, l’armonia e l’agognata tranquillità a braccetto col nostro vicino che non sotto il tappeto di casa nostra. L’era moderna è diventata madre della nostra tirannia, tanto decantata ai suoi albori, ma come d’altronde lo son sempre state tutte le altre forme di tirannide nel mondo.
C’è bisogno di chi ha coscienza di questo triste assetto umano e sveli alla gente la semplice maniera da adottare per agguantare il senso di benessere.
Ovviamente i nuovi consapevoli hanno attraversato tutta una serie di “Mondi” infernali, accecati anche loro da brame idiote o incapaci ancora di capire il loro ruolo nella vita. L’artista è un illuminato perché ha tolto tutti i drappi oscuri di rabbia, illusione e frustrazione e ha capito infine una semplice e sacrosanta verità: il dolore chiama solo altro dolore come la pace genera in sé altra pacificazione.
Mattia Intersimone ha calpestato le strade, luminose di nulla, spaziose ed enormi solo di vuotezza,di illusioni e incomprensioni, ha segato le gambe allo spirito ingoiando tra bestemmie e risse tutti i conosciuti rimedi chimici per schiacciare l’oppressione interiore.
Nel rigetto inguaribile per gli schemi del buon senso comune ha espresso la sua visione ipertrofica, genuina, per creare una nuova rete di contatti con il mondo, con le persone, con le anime in pena…
Tutto il suo tormento, caotico, circense, è stato arginato dalle sue composizioni pittoriche; il germe della sua arte, del suo stile, ha sciorinato una sequela di aforismi visivi, soffici esplosioni che imperlano le sue tele di colori generati dall’alchimia del saggio giovane, dell’uomo sognatore che fotografa lo stato mutevole del suo amore e di tutti gli altri, infiniti, amori. Mutevole certo l’amore, come mutevole e in fase di diuturna ricerca è il suo concettualismo che aborra tutti i concetti e da risalto all’unico dogma che regola l’esistenza dell’artista, ovvero dare col pragmatismo voce alla cronaca dei sentimenti, insondabili ai più, che vorticano come un corollario attorno alle incognite della vita, così da svelare il senso delle cose, penetrare nella loro essenza, visitare il nucleo dell’amore, attraverso i Cuori appunto di Matomat.

Gianantonio Purgato